Raymond Serini – Harmonie #68

Dopo aver realizzato con il suo gruppo tra il 2002 e il 2005 quattro Album degni di nota di Prog sinfonico, Nicola Randone prende una nuova direzione. L’occasione di una nuova opera gli offre la possibilità di dirigersi verso  territori inesplorati.

In quest’album, che per i suoi aspetti intimi somiglia più ad un’opera da solista che ad un lavoro di gruppo, Nicola evoca ambienti sonori paragonabili agli episodi più intimi di Amico di ieri delle Orme e delle straordinarie canzoni dell’attuale Franco Battiato. Non troveremo quindi le grandi cavalcate prog delle opere precedenti.

In Linea di Confine la musica racconta di un’esperienza vera e romantica, e lo fa con toni confidenziali e sussurrati. Le tastiere dirigono le danze e le melodie di Nicola prendono  alla gola, descrivendo  la difficoltà d’amare e di raggiungere la felicità.  A parte qualche episodio più duro, nella quasi totalità di questo concept domina una vena del tutto  latina, tutta italiana,  grazie alla capacità di Nicola di creare melodie uniche e straordinarie. Siamo in presenza  di  un album che s’insinua nel cuore  ed allo stesso modo il cuore riesce a legarsi profondamente ad esso.

Un Nicola più fraterno che mai ci viene incontro, un amico che condivide con noi la ricerca eterna di un amore che non scivoli fra le dita e che scompare dalla realtà per essere finalmente immortalato nelle note musicali dell’artista.

Linea di Confine è un album di “Pop progressive” che genera un’attrazione fatale ed idilliaca, senza alcun dubbio una parentesi magica tra le opere del nostro cantautore siciliano.

(traduzione dal francese di Veronica Cristaldi)

inviato da art giovedì 11 marzo 2010 alle 12:26

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

Harmonie – Marzo 2010: Intervista a Randone

>> Cliccando sul link in basso potrete visualizzare il pdf contenente un estratto dalla rivista francese Harmonie del mese di Marzo 2010

>> Click the link below and view the Randone’s Interview on Harmonie, french ‘zine, March 2010

Harmonie – Marzo 2010: intervista a Randone (francese)

Traduzione in italiano dell’intervista

1- puoi spiegare ai nostri lettori come è nato questo concept?  Quale è la storia? E’ una storia personale?

Ciao Raymond, e ciao a tutti i lettori di Harmonie. Sono lieto di raccontare le fasi di nascita di questo nuovo concept di Randone  anche perché mi rendo conto che i  contenuti nascosti tra le righe non sono di facile interpretazione a patto di non dedicarsi ad un ascolto attento unito alla lettura del racconto omonimo (disponibile al momento in un’edizione speciale per collezionisti da 100 copie numerate),

Il progetto nasce dalla pubblicazione sul blog personale del sottoscritto (www.diario.randone.com) di piccole storie poi riprese, modificate ed ampliate ad opera di Emanuela Fragalà che ne ha curato la stesura definitiva ed è riconnesso alla produzione dell’omonimo cd musicale le cui canzoni riflettono quelle esperienze di vita che nel libro vengono calate in un mondo fiabesco.

Ebbene si, è una storia personale e non voglio negarlo, se così non fosse non credo sarei riuscito ad inventarla di sana pianta. Le canzoni sono nate in parallelo alle storie del libro benchè i soggetti e gli scenari siano apparentemente contrastanti, nella canzone trasferivo la realtà delle vicende legate alla delusione, nella storia trasformavo la realtà in simboli e metafore prendendo spunti dalla mitologia norvegese, in questo senso il mio viaggio in norvegia di 2 anni fa è stato determinante (http://www.youtube.com/user/artnico72#grid/user/D0EDC2323B91E2DB)

2- Dopo Morte di un amore, ecco Linea di confine che parla appunto della morte di un amore? Ma la malinconia è al centro delle tue opere?

“La mélancolie c’est le bonheur d’être triste” scriveva Victor Hugo, e questo è il motivo per il quale gli animi malinconici non riescono a separarsene. Per un artista poi essere malinconici contribuisce ad essere più produttivi in senso creativo, IMHO; non sono mai riuscito a scrivere senza essere posseduto da quel sentimento di privazione che paradossalmente ci rende capaci di sentire le emozioni in maniera così potente, una condizione di stabilità non potrebbe mai ricreare le stesse condizioni. Shopenhauer diceva che il problema di ogni uomo è il desiderio, io dico che solo grazie al desiderio l’uomo riesce a vivere

3- Linea di confine è un cd molto personale, molto intimista e anche molto diverso dal resto delle tue opere con la band. Come mai hai abbandonato il prog sinfonico per muoverti verso cose piu pop ed anche piu melodiche come i lavori delle Orme o di Battiato nei pezzi piu “dolci”e piu lenti – come spieghi questo cambio di rotta?

In realtà questo cambiamento non è stato forzato, pensa che il nuovo album in cantiere è un nuovo concept in puro stile prog sinfonico, quindi non c’è alcuna volontà di cambiare genere, le canzoni sono così perché nei due anni di vita che mi ci sono voluti per comporle i contenuti dei testi hanno influenzato profondamente il tipo di musica, così come è stato per tutte le opere di Randone. Non mi sono mai piaciute le etichette e credo che anche i grandi del prog  non le gradissero, suona strano che un musicista prog si adatti a delle etichette, un’etichetta si collega necessariamente ad uno schema, va bene per il pop ma non per il prog… credo che l’artista debba sentirsi libero di esprimersi come meglio crede e se questo dovesse significare non essere più definito autore prog, beh, non mi strapperò i capelli per questo :=)

4- Con te, hano registrato due musicisti della band Randone Riccardo Cascone alla batteria e Marco Crispi alla chitarra - Mancava solo Livio Rabito al basso per avere tutta la band insieme- Tuttavia trattandosi di un lavoro molto personale, una sorta di solo album, questa registrazione è stato un lavoro fatto insieme alla band o hai fatto tutto tu e i due musicisti sono stati come “musicisti da studio” venuti per darti una mano”?

Questa è una domanda che mi hanno posto anche altri e prima di risponderti vorrei fare una premessa: tutti i lavori di Randone partono da una pre produzione iniziale poi arricchita in studio dagli altri musicisti, questo il motivo per il quale la band ha il mio stesso nome, ciò significa che Nuvole di Ieri aveva già la struttura che conoscete prima che intervenissero i musicisti, mancavano i suoni, mancava la grinta e l’espressività del suono di Marco, la potenza dell’hammond e dei moog di beppe, ma la struttura melodica (anche se per buona parte in forma di bozza essenziale) era già definita sin dall’inizio da me stesso, così Ricordo e anche Hybla; in quest’album le cose non sono cambiate molto, la vera differenza rispetto ai precedenti l’ha determinata il tecnico del suono, Carlo Longo, che ha infuso in questo lavoro la stessa passione di un componente della band. Vedi, negli album precedenti ho lasciato molto spazio a Riccardo e Marco senza interferire molto sulle loro decisioni di arrangiamento, questa volta invece, con la complicità di Carlo, siamo riusciti a creare un ambiente musicale più coerente con le tematiche dei testi, dirigendo i lavori in maniera più professionale, proprio come farebbe un produttore artistico,  e non è stato facile visto che ci sono voluti ben 3 anni per completare tutto il lavoro. Forse per questo Linea di confine è probabilmente il lavoro più maturo della band.

5-La tua casa di produzione Il Mondo di Art non à solo legata al progressivo – per esempio, con il cd, nello stesso tempo, hai pubblicato un libro presentando la storia di linea di confine -quale sono le altre attività di questa casa di produzione?

Il mondo di Art Productions è una piccola realtà che ho creato per dare un nome a tutte quelle attività che svolgo parallelamente alla collaborazione con Electromantic Music, fino ad ora la maggior parte delle cose che ho realizzato con Il mondo di Art Productions sono opere letterarie e grafiche (www.randone.com/ver10) nonché piccole produzioni video che potrai visionare nel canale youtube www.youtube.com/artnico72 . In futuro spero di poter gestire altri progetti ma è ancora troppo presto per parlarne.

6- hai sempre provato un affascino per scrittori francesi come Andre Breton e i surrealisti : quali sono gli scrittori essenziali per te ?

Sicuramente tra gli scrittori francesi che più hanno segnato il mio universo emotivo, oltre a Breton che hai già citato,  vi sono i poeti maledetti ed in particolare Baudelaire, Rimbaud e Maupassant. Tra i romanzieri non posso negare di essermi legato profondamente a Kafka, Dostojevski, e ai miei conterranei Pirandello, Svevo e l’immancabile grande poeta Giacomo Leopardi con il quale, giovanissimo, mi identificavo moltissimo. Oggi mi rendo conto di quanto tutti questi “grandi” abbiano formato la mia sensibilità in quel delicato periodo che è l’adolescenza e di come abbiano contribuito a costruire l’uomo di oggi, specialmente in quella componente di malinconia costante di cui parlavamo. Alla soglia dei miei 38 anni mi incantano invece autori più leggeri come il vostro “Musso” che mi ha regalato tante piccole emozioni, o scrittori fantasy dal mitico Tolkien al surrealista Neil Gaiman: quel tanto che serve per evadere da questo mondo a volte folle

7- che cosa senti in giro? Cosa dice la gente e la stampa di questo nuovo Randone diverso dagli altri?

Non ho ancora letto molte recensioni in merito al lavoro, il disco è uscito da pochissimo, la cosa che invece mi piace di più è stata l’avvicinarsi di altre persone alla mia musica, persone che in passato non avrebbero ascoltato nessun album dei Randone e che oggi mi scrivono di essere ammaliati da queste melodie. Quando ho finito questo lavoro e mi sono reso conto che era molto diverso dai precedenti, la paura principale è stata che i vecchi fan potessero non gradirlo, invece mi sono accorto che i vecchi fan lo hanno gradito e che altre persone si sono avvicinate alla mia musica, persone che normalmente non ascoltano prog. Questo per me è un segnale molto importante e grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, come facebook, ho potuto raccogliere pareri che mi danno ancora la voglia e il coraggio di osare senza fermarmi mai.

8- E una domanda che faccio a tutti i musicisti del prog italiano – da una decina d’anni, sei un protagonista centrale del prog in Italia con la tua band. Cosa pensi della situazione del prog in Italia oggi? E come spieghi il fatto che nonostante le numerose produzioni in uscita questi musicisti non hanno nessun locale per suonare la loro musica?

Il problema principale del prog in italia è che gli italiani non ascoltano prog. Così come in molti paesi del mondo il prog è sempre un genere di nicchia e la responsabilità di questo è anche di chi fa prog senza avere la fantasia o la voglia di uscire fuori dagli schemi del passato, spesso ci si trova di fronte a band cloni dei vari Genesis, jethro Tull, che non aggiungono nulla di nuovo al genere e che lo fanno apparire come se non avesse più nulla da dire, la realtà invece è diversa perché un genere come il prog permette all’artista di esprimersi in mille modi diversi, e lo dimostrano artisti come Battiato che a mio parere ha una fortissima anima prog benché a volte scada nel commerciale più blando, o come Peter Gabriel e David Gilmour che oggi continuano a regalarci dei  capolavori che non ho remore a definire prog. Certo, fin quando continueranno a dominare i falsi divi dei reality, dubito che i musicisti prog, vecchi o nuovi, possano riuscire a conquistarsi quel pubblico necessario per vivere della propria musica

9- Adesso cosa farai con questi brani? Farai concerti? Ci sara una seconda puntata di quest’album?

Linea di confine è una storia autoconclusiva, non ci sarà una seconda puntata, in compenso sto preparando uno spettacolo live che spero di poter portare in giro per l’europa quest’estate.

10-Ultima domanda : quali sono i progetti della band dopo l’uscita di questo cd ?

E’ sempre stata una mia abitudine avere già pronto un album dopo la pubblicazione di un nuovo disco, quindi i progetti della band, oltre alla preparazione dei live, sono sicuramente quelli di completare il lavoro di cui ho già terminato la pre-produzione. Si tratta di una lunga suite dal nome Alle porte del paradiso che racconta la storia di un Orfeo moderno alla ricerca della sua Euridice. Un album importante sul quale lavoro dal 2003 in puro stile prog che spero potrà uscire l’anno prossimo

inviato da art lunedì 8 marzo 2010 alle 12:06

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

La danza degli uccelli del paradiso

Ancora una volta scopro di riuscire a meravigliarmi (e a ridere, pure di gusto) davanti alla bellezza della natura :).

inviato da art giovedì 4 marzo 2010 alle 22:35

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

ah…. quella musica

Beethoven_as_a_rockstar_by_samythekay

Dopo l’agghiacciante parentesi sanremese (e fortunatamente riguardo a questo giudizio ho pochi detrattori :=)) rieccomi a condividere un pensiero sulla musica e sulla maniera di cui mi piace goderne.

Qualche giorno fa sono stato colto da un’insolita bruciante passione per la musica classica, nel senso che sono tornato ad “ascoltare” con quella giusta predisposizione d’animo che solo musica d’altissimo livello richiede. Con questo non mi dò arie da esperto nè tantomeno da appassionato, anzi, ritengo di essere piuttosto ignorante in materia e me ne rammarico. Ognuno di noi dovrebbe conoscere almeno i principali compositori di quell’epoca, specialmente un musicista-autore, anche solo per poter meglio gustare la musica di oggi che, a meno che non abbia male interpretato gli studi di Bach, trae materia prima dal passato.

Immergersi con l’anima nelle meravigliose sinfonie di un tempo offre potenti strumenti evocativi capaci di portare chiunque ad un’analisi più approfondita dei nostri tempi. MI siedo innanzi le potenti Chario governate da un Arcam delta 90.2 (ringrazio la mania adolescenziale che mi ha fatto desiderare ed ottenere col duro lavoro al pub un impianto da audiofilo), chiudo gli occhi, lascio che ogni singola nota scavi fino in fondo all’anima, fin quando non arriva il crescendo: il volume degli strumenti cresce e ogni nota sembra liberarsi verso l’alto avviluppandosi ad altri suoni gemelli o completamente opposti, il tutto in armonia, senza alcuna dissonanza che non sia voluta, e trasportato nel cielo stellato mi piace pensare all’emozione che potevano provare gli uomini del passato nell’andare a teatro e sentire la 9° di Beethoven diretta dal maestro in persona, e quale magnifica esperienza il poter vivere l’aspettativa di una serata musicale, sensazioni che oggi abbiamo perso, perchè di sicuro ascoltare con le proprie orecchie un suono originato naturalmente non è come seguirlo su una riproduzione digitale, anche registrata con la massima fedeltà possibile. Tuttavia non è solo questo che rende “quella” musica in perfetta sintonia con l’armonia dell’universo, c’è qualcosa che non so spiegare, un concentrato di sensazioni che trascende dall’aspetto tecnico o dagli strumenti utilizzati, qualcosa che andrebbe ricercato nella mente geniale di alcuni dei compositori dell’epoca, forse lontani da tutte le contaminazioni dell’era moderna (tv, consumismo sfrenato, esigenze di mercato) e per questo liberi di creare senza la preoccupazione di dover per forza ottenere il consenso popolare, al tempo preoccupazione dei soli artisti di strada.

Cos’è cambiato rispetto ai giorni nostri. Beh, considerata la premessa (la citazione a Sanremo) non è difficile tirar fuori le prime conclusioni. La musica popolare di allora ha sostituito quasi del tutto ogni parvenza di musica colta, e questo è abbastanza naturale visto che il benessere economico, un tempo concesso solo ad una piccola casta, si è allargato a tutti (sia chiaro che faccio riferimento alla civiltà occidentale). Posso solo ipotizzare le ragioni del declino culturale iniziato quando il popolo ha cominciato ad avere un peso importante nell’economia generale e lo faccio partendo da una considerazione: cos’è che un tempo spingeva il nobile a foraggiare l’opera di un’artista? Probabilmente uno dei tanti requisiti della nobiltà doveva essere una buona conoscenza delle arti, oltre che il sangue blu, ed è probabile che i giovani rampolli del tempo venissero educati all’ascolto della buona musica per mantenere uno status symbol che li distinguesse dalla massa a 360°: al popolo le canzonette, a loro le grandi sinfonie. E allora posso immaginare che grande soddisfazione morale e politica potesse essere per un grande re concedere ad un uomo come Mozart la sua protezione ed il suo denaro perché proseguisse nella sua arte:  un modo insieme ad altri per vantarsi coi suoi pari. Oggi i nobili di allora sono spariti, quelli rimasti se la spassano tra festini e prime di cinepanettoni o, peggio, vanno a Sanremo a dimostrare che hanno perso una delle poche qualità che gli si potevano riconoscere, e cioè il gusto per la buona musica. Oggi è il popolo che decide cosa va e cosa non va e anche se questo stato di cose ha conosciuto dei tempi d’oro, basti pensare al cinema italiano ai tempi di Fellini o a quei meravigliosi anni 70, oggi mi sento di dire che la tendenza è quella di un impoverimento culturale collettivo che avanza negli anni a ritmo esponenziale. La cosa che più mi stupisce è che il progresso tecnologico che avrebbe dovuto migliorare l’indottrinamento popolare, in realtà sta facendo strage di tutte le poche cose buone che vengono fatte, e questo perché anziché promuovere, inflaziona un mercato che è arrivato alla saturazione. Quand’ero ragazzo aspettavo con trepidazione la fine del mese per comprare il mio bellissimo lucido disco in vinile per farlo girare sul piatto fino ad imparare a memoria le parole ed ogni singola nota, oggi ci vantiamo di quanti terabyte di musica abbiamo nei nostri hard disk senza però ammettere che non c’è un autore che riesca a tenerci in sospensione oltre i tre minuti e mezzo e che non venga subito subissato da un’altra pop star nel giro di poche settimane.

A questo punto viene da pensare che alla fine non sia nè l’istruzione, nè lo stato economico, nè le tecnologie a determinare il buon gusto in fatto di musica, ma solo come si è fatti dentro. Magari alcuni dei nobili di allora si facevano delle grandi dormite durante i concerti dei grandi maestri e di nascosto andavano a sentire il menestrello sotto il palazzo, ciò non toglie che le regole dei tempi imponessero che la canzonetta non avesse alcun valore culturale mentre le sinfonie si, probabilmente si trattava di un giudizio un pò eccessivo, specialmente se pensiamo che ai giorni nostri ci sono stati artisti come Cohen, Dylan, De Andrè, Guccini che hanno fatto della canzonetta uno strumento per trasmettere vera poesia e forti messaggi sociali, d’altra parte non si può negare che le schitarrate di Hendrix non abbiano rappresentato la società dei tempi, distorta e schizoide, e quindi ben vengano le canzonette quando testimoniano i cambiamenti epocali o si trasformano in vettori di sentimenti autentici e genuini, ma… signori… chi fa più canzonette di valore? La spiegazione di questo sta nel fatto che pochi ascoltano e che i più si limitano a sentire e basta. La musica è relegata a mero sottofondo delle nostre attività quotidiane, e questo svela il perchè del successo dello streaming: non importa che musica mettano, l’importante è non restare nel silenzio mentre facciamo altro. I più giovani poi usano la musica per potenziare l’effetto di sostanze chimiche o per attirare l’attenzione in strada coi10.000 watt del loro impianto che riduce del 90% la durata delle batterie delle automobili aumentando drasticamente il consumo di carburante con tanta buona pace per l’ambiente.

A questo punto mi azzardo a sostenere che buona parte degli individui chiamano musica ciò che non lo è e grazie alle tecnologia di ingegneria sonora che sono riuscite a mascherare un rumore facendolo passare per musica. E’ chiaro che chi si è oramai abituato a concepire la musica in questo modo, non potrà far altro che portare alla vittoria del più importante festival della canzone italiana canzoni ipocrite come quella di Filiberto e gente da talent show. Ecco, credo fortemente che la maggioranza della popolazione abbia disimparato il gusto per la musica perchè non riesce più ad ascoltarla nel modo in cui dovrebbe essere ascoltata.

Shakespeare scriveva:

“Colui che non può contare su alcuna musica dentro di sé, e non si lascia intenerire dall’armonia concorde di suoni dolcemente modulati, è pronto al tradimento, agli inganni e alla rapina: i moti dell’animo suo sono oscuri come la notte, e i suoi affetti tenebrosi come l’Erebo. Nessuno fidi mai in un uomo simile.”

Guardiamoci intorno. Fermiamoci per un attimo a guardare gli uomini che tengono le redini della nostra società… non sono forse lo specchio del popolo? Ecco, a questo punto non è difficile concludere che la sciatteria interiore impedisca ai più di affinare il proprio orecchio; probabilmente è stato così anche in passato ma consentitemi di pensare che da questo punto di vista le cose sono notevolmente peggiorate.

La colpa di questo stato di cose potrebbe essere imputabile alla vita che facciamo, ai continui stimoli (facili e vuoti) che ci somministra la società di oggi: discoteche, serie tv, programmi spazzatura, oltre ai ritmi frenetici e ai mille pensieri che non ci consentono di ritagliare per l”’ascolto” della musica anche un ora al giorno… e si può dire lo stesso per la letteratura… chi legge oggigiorno? Lo so, sembra il solito patetico discorso di un “non più giovane” frustrato: la colpa è della società, dei media, ai miei tempi le cose andavano meglio etc etc , qui però non parliamo di anni 80, che comunque avevano il loro squallore estetico, ma di diversi secoli fa: i tempi di Strauss, Beethoven, Mozart, Wagner, Debussy, Shubert (quanti ne possiamo aggiungere alla lista) che confrontati coi mostri (in senso letterale) di oggi sembrano davvero appartenere ad un pianeta che non è la terra … possiamo onestamente sostenere che la cultura musicale della massa sia migliorata nei secoli? Io credo di no perchè se andiamo a guardare il popolare di una volta, ad esempio la musica celtica irlandese o anche le nostre tarantelle, c’è cmq cultura, tradizione e soprattutto cuore, mentre ad oggi il “pop” è solo mero spettacolo.

Ma al solito ho divagato, oggi volevo parlare della musica classica e ho finito per fare il solito patetico discorso sulla bruttezza estetica dei nostri tempi. Fino a qualche minuto fa ascoltavo il Valzer dell’imperatore di Strauss… mi sono fermato un attimo, perchè per ascoltare musica classica ti devi fermare ed è impensabile pensare di poterla capire usandola come sottofondo alle tue attività quotidiane, ecco… è stato così che sono entrato nell’anima del compositore che di certo non ti attira perchè ha un aspetto carismatico, o perchè tutti i giorni fa delle cazzate che finiscono sui giornali scandalistici, non è neanche lui in persona che suona perchè ai tempi non c’erano registratori di alcuna natura, eppure entra nell’anima e commuove e la cosa più straordinaria è che ti fa immaginare, e lo fa con una forza che è diversa da quella di un quadro (perchè l’immagine già condiziona il soggetto della fantasia) così come da quella di un libro. Ero lì, con gli occhi chiusi, che guardavo questo imperatore grasso scendere la lunghissima scalinata del suo palazzo, con la barba che grondava sudore e con un’espressione in viso di finta nobiltà che tradiva la stanchezza… e poi, quando i toni dell’opera si ammorbidiscono, vedo lo stesso imperatore nella sua grande camera, da solo, perso in una solitudine infinita, con 6 concubine che non lo amano e che lui non ama, che tossisce e macchia di sangue il fazzoletto reale, un uomo che tutti temono a sua volta spaventato dalla morte, un poveraccio… forse Strauss voleva farne un ritratto di forza e di maestosità, ma io l’ho visto ridicolo nel suo abito e nei suoi portamenti, ho pure riso di gusto mentre immaginavo la scena… ecco la bellezza della musica classica, puoi leggere quello che vuoi, e poi quei crescendo, le alternanze tra parti veloci e pompose e quelle appena sussurate da un oboe o da dei flauti, lì ci sono le emozioni umane, così altalenanti e varie, ed il tutto concentrato in una sola opera… perchè oggi non si riesce a dare spazio a tutto questo?

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

inviato da art mercoledì 24 febbraio 2010 alle 21:42

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

bolle di sapone

hai notato il loro baluginio
quando si alzano verso il sole?
scintillano come speranze,
sogni degli uomini
che si infilano dentro
per poi, inerosabilmente,
essere riconsegnati al vento

vorrei sognare anch’io
dimenticando la mente
in quell’altroquando contingente
in cui respiri la purezza dell’anima
ed accompagnare col sorriso
ogni mio pensiero
triste o gioso
perchè nel sogno possa sentirmi ancora

reale

inviato da art alle 11:47

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

Rock CiTy NIghts – Donato Zoppo

Audio intervista di Donato Zoppo a Randone a Rock City Nights in occasione dell’uscita dell’ultimo album Linea di Confine

inviato da art alle 08:15

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

Randone a Rock City Nights

Randone intervistato da Donato Zoppo a Rock City Nights
Questa sera alle 21:30, in streaming qui http://www.ustream.tv/channel/radio-city-planet

inviato da art lunedì 22 febbraio 2010 alle 19:15

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

“semu tutti devoti, tutti”

Da sempre le feste popolari mi hanno affascinato per la loro forte capacità di aggregare le masse e per l’aspetto folkloristico che da noi in Sicilia raggiunge livelli di spettacolo davvero straordinari: giochi pirotecnici, musiche (l’anno scorso in piazza duomo ha cantato persino Battiato), ceri grandi quanto un bambino di otto anni, fiumi di persone per tutta la città come non se ne sono mai visti, nè in una partita di calcio, nè in un concerto (eccetto woodstock), nè in qualsiasi occasione di aggregazione.

Ieri mattina, alle 11, la “santuzza” è tornata alla sua chiesa dopo essere stata spinta in lungo ed in largo per Catania da centinaia di devoti vestiti col caratteristico “sacco” bianco. Gli altri anni ho seguito questa festa da lontano, lamentandomi solo della confusione e del fatto di non riuscire a dormire per il gran chiasso dei fuochi d’artificio e delle urla della gente. Anche quest’anno, prima che tutto iniziasse, non ho perso occasione per dilungarmi nei miei soliti sermoni anticlericali sulle contraddizioni di questo tipo di fede, che in fondo negli anni l’uomo è sempre rimasto politeista cambiando solo volto e carattere delle diverse divinità per l’incapacità di riuscire ad “accontentarsi” di un dio unico, per non parlare poi dell’ipocrisia delle masse e del singolo che con una mano allunga il cero alla sua santa e con l’altra schiaffeggia il suo prossimo, attento sempre e solo al suo piccolo misero orticello.

Ma quest’anno qualcosa è cambiato.

Venerdì ho pubblicato un piccolo filmato che ho realizzato “dentro” la festa, proprio lì, nella  calca, tra l’entusiasmo di migliaia di persone che urlavano a piena voce la propria fede. C’erano dei momenti in cui, dopo essersi fermata a raccogliere i ceri e le preghiere dei fedeli, la santa ripartiva, ed eravamo talmente incastrati gli uni con gli altri da camminare senza muovere le gambe: devo ammettere che ho dovuto trattenermi per non gridare anch’io, insieme agli altri, << Viva Sant’Agata, viva Sant’Agata>>, perchè intorno a me tutto è stato tremendamente suggestivo e l’energia che promanava da ogni singola persona vicino alla santa… pericolosamente contagiosa: l’odore della cera e della segatura sull’asfalto, la frase di rito “cittadini…. semu tutti devoti, tutti… certo certo” urlata a piena voce dal devoto con accanto l’amico che lo abbraccia tenendogli ben stretta la pancia per evitare che il diaframma si stacchi per il grande sforzo, e soprattutto vedere Veronica che, tirandomi per mano e tenendo alto il suo cero, chiama il gran cerimoniere: “senta, per favore, accendetelo, non lo mettete subito nel mucchio; e… potrei avere anche un fiore?”, vedere i suoi occhi incantati e la bocca recitare sottovoce le preghiere per la sua santuzza, insomma, sembrava che tutta quella gente, compresa la mia dolce compagna, cospirasse perchè abbandonassi i pregiudizi e osservassi con l’anima prima che con la ragione.

Ognuno di noi guarda al proprio spirito in forme differenti, spesso giudichiamo e condanniamo i modi altrui solo perchè siamo piccoli e soli, chiusi nel nostro piccolo mondo di verità razionali. Quelli che al loro spirito ci tengono, ma non amano i riti di massa, provano ad isolarsi in piccole comunità occidentali dove si pratica lo yoga e si ripetono i mantra per raggiungere stati di “fusione” col tutto. Questi a volte guardano disgustati le pratiche religiose altrui senza accorgersi che alla fine stanno facendo la stessa cosa in una forma diversa. Pensiamoci bene, la tendenza all’aggregazione in nome di un’ideale (o bene) comune è proprio di ogni essere vivente, gli uomini lo fanno sovente: si legano alla squadra del cuore e vanno allo stadio per fargli sentire la propria voce, lo fanno verso una corrente politica od un personaggio politico in particolare e cercano di aiutarlo nel raggiungimento della poltrona, lo fanno quando devono difendere ideali di patria, di giustizia, di libertà, si mettono insieme, si armano e danno un solo colore alle loro vesti per sapersi riconoscere in battaglia, e tutti, ma proprio tutti condividono dei riti: allo stadio ed in politica sono slogan, i monaci hanno i loro mantra, i tifosi fanno la ola e cantano l’inno della loro squadra, e così i sostenitori di un partito (senza la ola, almeno prima che la politica non diventasse una barzelletta), anche i soldati hanno i loro canti che li incoraggiano e gli fanno scordare che in quello scontro possono anche perdere la vita, e si canta tutti insieme, perché solo insieme ciascuno può raccogliere quell’energia che allevia le tensioni del quotidiano, i dolori privati, la tragedia dell’essere ineluttabilmente soli che ogni creatura di questa terra non accetta.

A questo punto scatta un’inevitabile domanda: perchè questa necessità di “aggregarsi”?… e non parlo solo del classico bisogno di appartenere ad un gruppo, ma di condividere la propria anima con quella di altri individui in nome di un’ideale comune, che questo possa essere una squadra di calcio, un colore politico o una santa. Anni addietro avrei risposto che è una condizione necessaria e sufficiente “sine qua non” non ci troveremo dove siamo, un meccanismo atavico determinato dalle leggi dell’evoluzione che ci costringe a questo per sopravvivere; pensate ai più grandi progressi della civiltà umana, non sono forse nati dall’unione di più singoli per un’ideale comune spesso tradotto nella necessità di migliorare la propria condizione esistenziale? Anni addietro avrei anche sostenuto che non c’era bisogno di attribuire a dio questa “programmazione” visto che fa parte della legge evolutiva, tuttavia da qualche tempo sono arrivato alla conclusione che il caso non è così intelligente come si pensa e è più probabile attribuire l’opera ad un’intelligenza superiore che ad una improbabile combinazione di eventi (n.d.r. Dio non gioca a dadi con l’universo). Ecco allora un’altra prova, IMHO, che in noi, come in buona parte delle creature viventi di questa terra (anche le formiche obbediscono a regole di aggregazione) c’è una matrice di natura “ultraterrena”, perchè così come proveniamo da un’energia unica, così per tutta la durata della nostra vita tendiamo a ricreare le stesse condizioni in cui ci trovavamo, prima che il nostro spirito fosse imprigionato nel nostro corpo, e creiamo dei riti, dei miti, che ci aiutano in questo compito, e questi riti/miti cambiano aspetto a seconda delle civiltà che li praticano pur mantenendo la medesima sostanza. Pensate alle preghiere delle religioni orientali, molto spesso sono formule utili alla perdita dell’individualità ed in effetti, per come è strutturata la loro società, l’individuo ha una valenza diversa rispetto alla nostra, ed ogni salvezza è contemplata nell’interruzione del frustrante ciclo di reincarnazione (perchè il loro inferno è su questa terra) ai fini del congiungimento con un tutto in cui le varie individualità si disperdono. Noi occidentali, che abbiamo così a cuore i nostri ricordi e la nostra vita, preghiamo invece con richieste concrete, che un nostro caro possa guarire o che la nostra vita possa migliorare, ma alla fine, quando ci aggreghiamo, anche noi sembriamo godere della sensazione di appartenere a qualcosa di più grande, ad un tutto che in una festa popolare è rappresentato da tutti quelli che ci circondano e che recitano le nostre stesse parole. I monaci cantano i loro mantra, i nostri recitano il rosario, cambia la formula ma l’effetto è lo stesso… perdere se stessi per ritrovarsi nel tutto.

Per concludere ritengo sia da arroganti il giudicare o condannare in qualsiasi contesto qualsivoglia tentativo dell’uomo di riconciliarsi con la sua natura più profonda; è vero, anche in questa festa (più che in altri eventi del genere) ci sono i soliti mentecatti tra politici e mafiosi che approfittano dell’occasione per rubare come hanno sempre fatto e come faranno… che lo facciano pure, dico, purché i cittadini di Catania possano continuare a rendere omaggio alla loro “santuzza”, in fondo cosa sono i soldi e le misere vite di qualche delinquente davanti ad un così potente e partecipato sentimento dalle origini divine.

inviato da art domenica 7 febbraio 2010 alle 20:44

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

27 Gennaio 2010: giornata della memoria

inviato da art mercoledì 27 gennaio 2010 alle 14:23

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

daniele cutali from Movimenti Prog

Il confine fiabesco dei Randone…

Nicola Randone e la sua band omonima tornano con un eccezionale nuovo album per l’Electromantic Music di Beppe Crovella (Arti & Mestieri). Questa volta i Randone fanno le cose in grande. Ne viene infatti pubblicata anche una prestigiosa edizione da collezione comprensiva di un libro scritto da Randone stesso. Stesso titolo, fantasia senza limiti, grande musica a far da colonna sonora alla fiaba contenuta nel libro. E’ “Linea di Confine”. Con una band ridotta a trio e numerose ospitate, Randone va avanti per la sua strada imperterrito. Oltre a Nicola alla voce, chitarra acustica, piano, hammond, moog e synth vari, ci sono i fedeli Riccardo Cascone alla batteria e Marco Crispi alla chitarra elettrica e acustica. Ospitate di lusso se contiamo tra esse il produttore Crovella stesso, Giuseppe Scaravilli dei Malibran e Livio Rabito, ex dei Randone.
Poche novità dal punto di vista musicale. I Randone proseguono nel loro inconfondibile stile tra cantautorato delicato, romantico e malinconico e progressive italiano a cavallo tra Orme, primo grande amore del cantautore ragusano, e graffiante hard-rock. Forte apertura prog con l’incipit di “S.I.B. (Prologo)”, gran belle canzoni come “La Cella degli Amori Estinti”, la titletrack “Linea di Confine”, “Dovresti Non Scordare”, “Preghiera di un Re”, l’ottimo rock-prog di “Ritorno”, struggenti ballad come “22 Aprile” e “La Caduta della Mia Stella”, fanno di questo nuovo album dei Randone un lavoro più maturo, più intimista, sempre più spostato verso le struggenti delusioni amorose provate negli anni dal leader della band e riversate con fantasia e grande abilità melodica in musica. D’altra parte l’artista in ogni campo produce le proprie opere migliori quando è in preda alla sofferenza interiore, sia essa esistenziale o sentimentale.
Chiude l’album “Epilogo”, un brano diviso in due parti in cui Randone declama tutta la sua arte, prima in uno stile simil-country, quasi allegro, e poi ancora in stile ballad, struggente, con ariose aperture di moog e uno straziante assolo di chitarra elettrica. Questo è un album che andrebbe ascoltato di pari passo con il libro scritto da Randone, perchè le canzoni del disco fanno da ideale colonna sonora a quanto raccontato in esso e le liriche ne riprendono i contenuti. Bravi i Randone. Come sempre.

Daniele Cutali

inviato da art lunedì 25 gennaio 2010 alle 13:18

Per inviare pareri visita il blog ufficiale

Pagina successiva »