Ho impiegato un pò per annunciarlo, lo faccio oggi, a distanza di un paio d’ore dalla partenza.
Lo zaino è pronto, macchina fotografica, videocamera, partiture e tutto quello che mi serve per questa settimana che passerò in Giappone per aprire, con i pezzi presenti nei video registrati in questi giorni, il concerto del Castello di Atlante in occasione del 35ennale della loro carriera
Eccovi le tappe:
8 Novembre: Club251 - Tokyo
9 Novembre: Mission - Tokyo
10 Novembre: Mission - Tokyo
11 Novembre: Mujica - Nagoya
12 Novembre: Ooh-La-La - Kyoto
Mi faccio un auto in bocca al lupo :)
Stampa questo intervento
Volevo solo trasferirvi un’emozione attraverso questa eccezionale performance:
Stampa questo intervento
Vedi il video su YouTube
26 Agosto – Trollstigen
Il ponte sulla cascata
Maestosa essenza della natura
raccolta dalla mani dell’uomo
il vecchio ponte
attraversa la cascata
ed è il sogno che materializza il vero
in una caduta frenetica di molecole
trasportate da un’energia ancestrale
Da una parte all’altra
un bisogno intimo
lasciarsi trascinare
senza attraversare
Al centro
Trollistigen in tenda sotto la pioggia ore 17:10
In altri momenti avrei definito questa situazione spiritualmente esaltante: dentro una tenda, vicino ad un fiume impetuoso e ad una cascata, mentre fuori piove e tira un forte vento.
Purtroppo questo è uno dei momenti in cui qualsiasi intervento forte dall’esterno mi procura una fortissima angoscia, mi sento come se la natura mi stesse intrappolando, il suono dell’acqua è assordante, il vento mi fa tremare dal freddo e l’acqua mi costringe immobile… e poi il sole, il mio amatissimo astro è perso chissà dove fra le nubi, e tra cinque o sei ore tramonterà.
Il mio cuore geme, ordina ai miei occhi di versare lacrime, ma io preferisco scrivere, piangere non è una cosa che mi è mai riuscita bene.
Alla base di questa angoscia, un peccato in un momento come questo, stanno delle chiare sensazioni riguardo il mio perduto amore: chi è questa donna? Cosa prova per me? Che progetti sta facendo per il mio rientro? Perché sento come se l’avessi perduta per sempre, perché la sento così lontana come se ci fosse già un altro? Vorrei essere diverso adesso, vorrei staccare dal mio cuore ogni sentimento d’amore per lei, mi sento piccolo, fragile, sento un grande vuoto.
Ho un tremore sensato nell’anima
i pensieri neri e quelli bianchi
si scontrano e si frantumano
la musica dell’acqua
adesso è frastuono
ed il suono della pioggia
una fucilata al petto
Vorrei scrivere per ore
vorrei non esistere per giorni
vorrei dimenticarla in 3 mesi
non posso continuare così
non posso permetterlo
Piccolo, patetico uomo
chiuso nella tua scatola di tela e plastica
lo sbaglio più grande
è stato innamorarsi
adesso è tempo di alzarsi
uccidere il ragno
e volare ancora.
Non sentire, non amare
non sognare più una vita con lei
non pensare, non agire
non cercare di raggiungerla mai più.
26-27 Agosto Trollstigen… sempre sotto la pioggia
Grazie al secco la nottata è passata meglio del previsto. A volte dovrei essere grato per gli amici che ho.
Oggi è stata una giornata densa di emozioni positive e negative circondate, per buona parte, dalla musica del fiume… abbiamo canticchiato e suonato qualcosa e adesso è silenzio, i pensieri tornano a farsi sentire con prepotenza, è tutto molto triste ma saprò rivalutare tutto questo quando guarderò ogni cosa con la distanza di chi ha lasciato passare il tempo necessario.
27 Agosto – Trollstigen – Oslo
Questa mattina ci siamo svegliati alle 6:30, approfittando di una breve tregua offertaci dalle condizioni meteorologiche abbiamo raccolto del nostre cose e caricato tutto in macchina… naturalmente eravamo fradici, dal posto dove abbiamo campeggiato all’automobile c’era un bel po’ di bosco umido e fangoso da attraversare.
Arrivo ad Oslo nel primo pomeriggio, la strada ancora una volta non ha regalato particolari emozioni ma per quelle ne avevo fatto già una buona scorta a Trollstigen, nonostante tutte le angosce da sopportare.
Adesso più che mai, forse grazie al fatto che ci siamo messi in marcia, comprendo che la persona che credevo aspettasse il mio ritorno, in realtà sta costruendosi una nuova vita… non domandarmi perché, non lo so… sono sensazioni che non riesco più a giustificare in nessun altro modo.
30 Agosto – Amsterdam
MANUALE DEI FLASH LISERGICI
Il terrore di un giro della morte
la mano che si tende nel buio
una fitta al petto, l’amore desiderato
e lo zucchero si espande oltre il palato
(Madame Tussout & Dungeon ad Amsterdam: lo zucchero dopo la birra)
Batte il cuore
al fragore di un respiro
cerco un suono
ed è quello della tua voce
(una telefonata)
Questo posto
lo trovo identico a ciò che lascio
il cielo grigio su di me
minaccia lacrime di sale
(al bar dove non avevano la Heineken, fuori…)
Una colomba bianca mi sfiora il viso:
grida il mio petto
divorato dai troppi miei simili
(colomba che mangia la zampa di colomba panata.. ovviamente la colomba bianca… morta
Dal secco:
Alla mia destra un vichingo texano
l’ho detto così forte
e se l’avessi detto più forte
mi prendeva a botte
Un vecchi gesticola
la sua incolumità
(il vecchio è un negretto)
I cerchi del sole
hanno il colore del cielo
(sulla piattaforma circolare di legno guardando il canale)
Le colombe cannibali
(stava per dire palombe cannibali o colombe cannibali o il giorno della colomba mannara o l’alba delle colombe cannibali o Samarcanda)
Attendo
una voce che non arriva
quando intorno
tutti la odono
La fogna nelle persone
si specchia sulle acque del canale
verde-foglia
Un piccolo pianeta
si sporge tra le nubi
si stende una tela bianca
oscurata da macchie volanti
31 Agosto – Genova
Il secco è partito, ci siamo scannati un po’… mi dispiace… proprio alla fine
Fumare è stato uno sbaglio, la realtà da solo… un po’ angosciante.. me ne vado!
Temo il silenzio
ma supererò anche questa
1 Settembre – Genova – Palermo (nave)
Vorrei stendermi tra i flutti
nuotare in essi divertito
e lasciare al mare
le scorie di questo cuore impazzito
Solo tra la nebbia delle mie paranoie
piccolo e fragile
dispenso parole al prossimo
ma il vento della memoria
non lascia che suoni incomprensibili
mi piego, ma non mi spezzo
e fa male… meglio spezzarsi
e tra i flutti
scomparire.
L’ottimismo è la chiave della felicità, credere fortemente che qualsiasi brutta situazione prima o poi passerà, ti permette di non disperare mai… in questa vita non può piovere per sempre, mi lascerò alle spalle l’ingiustizia che sto subendo.
Mare
io faccio parte di te
Cielo
faccio parte di te
Sole
anche di te faccio parte
… ma queste mie lacrime
appartengono solo a me
e questa tristezza
mi rende uomo
Sinergie elettriche
confinano il tempo
altrove
L’energia cardiaca
è un alito glaciale
che mi attraversa da dentro
Apro gli occhi
senza che tu sia
nel mio cuore
Tra i miei pensieri
sospiro inerte
Energia generatrice
fonte di vita e piacere
hai deciso di lasciarmi
ed in questo vuoto annego
Dei fiumi di passione
è rimasto solo
un debole ricordo
una spina nel mio cuore prosciugato
La poesia non mi consola
urla vittima, scomponi i tuoi sensi
parlare è osare troppo
il silenzio chiarisce ogni cosa
Nel fluire dei miei pensieri
uno solo attende
le conquiste degli altri
sono le mie sconfitte
taccio in silenzio
le sciagurate colpe
Fantasmi ancora mi assalgono
di cenci veste la mia passione
costretta al silenzio
da un muro d’impotente stasi
Percorse le vie di questo tempo
mi scopro arido
di dentro
e prendo a calci la mia mente
rea dei troppi inutili fraintendimenti
Circondata da infiniti misteri
cedo all’insonnia
mi scopro e mi vergogno
di poter amare
ma di non avere strumenti
Stampa questo intervento
“Il cuore, quando si spezza, lo fa in assoluto silenzio.
Se rumore c’è, è interno.
Un urlo che nessuno all’infuori di te può sentire.
L’amore è così…nessuno ne è indenne.
È selvaggio, infiammato come una ferita aperta esposta all’acqua salata del mare, però quando si spezza il cuore non fa rumore.
Ti ritrovi a urlare dentro e nessuno ti sente”.
(Se tu mi vedessi ora - Cecelia Ahern)
Dal punto di vista teorico e scientifico la fine di un amore è riconducibile agli stessi processi della separazione, del lutto.
Si potrebbe parlare di un vero e proprio pattern (schema) universale, articolato in tre fasi, che si succedono le une alle altre: protesta, disperazione e distacco.
La prima fase, ossia quella della protesta, è caratterizzata da reazioni piuttosto smodate quali pianto, incredulità, agitazione, ansia, panico. La persona lasciata, abbandonata, inconsapevolmente agisce in tal modo con l’intento di influenzare il ritorno della persona andata via.
Durante la seconda fase, quella della disperazione, ai comportamenti di iperattività e protesta attiva, subentrano altri di totale inattività, astenia, depressione. Fanno, inoltre, la loro comparsa alterazioni fisiologiche: disturbi del sonno, alterazioni del comportamento alimentare, accelerazione del battito cardiaco. Alla delusione dovuta agli esiti negativi dei comportamenti messi in atto durante la prima fase, che non hanno provocato il ritorno della persona scomparsa o andata via, subentra un periodo di passiva disperazione, generata dalla consapevolezza dell’impossibilità di un ritorno.
La terza fase riguarda il distacco. La persona abbandonata cioè, dopo un determinato lasso temporale, si distacca a sua volta affettivamente ed emotivamente dalla persona persa, riorganizzandosi a livello emotivo e ricominciando le normali attività che contraddistinguevano la sua vita prima di restare sola.
Al di là delle tre fasi individuate sopra, nella fine di un amore che ci ha profondamente coinvolti si prova una sofferenza indicibile: si pensa che non si possa più continuare a vivere e si provano sentimenti quali tristezza, delusione, senso d’angoscia, sensi di colpa e fallimento. Forte è l’ossessione che l’accompagna, soprattutto se quell’amore ha preso tutte le nostre forze…ha preso la nostra vita…perchè come in ogni amore che viviamo, pensiamo sempre che sia quello “giusto”…quello che durerà in “eterno”. Ed è doloroso accettare che possa finire…che ci siamo sbagliati.
Il più delle volte non si riesce a comprendere perchè sia finito, non rendendosi conto che quella fine non è stata improvvisa ma era in qualche modo preannunciata in tanti piccoli gesti, occasioni, sfumature, o, pur avendo notate quest’ultime, si viveva comunque nell’illusione che nonostante tutto non sarebbe mai finito.
Nella stragrande maggioranza dei casi ci si dimena, non ci si arrende, si tenta l’impossibile per recuperare quell’amore. Soprattutto si continua ad amare la persona perduta, a volte più di prima. E si prova qualche timida speranza di recuperare l’amore perduto soprattutto se l’altra parte, incautamente e più o meno inconsapevolmente, manifesta qualche piccolo segnale d’affetto o di comprensione. Segnale che si tende subito ad interpretare, erroneamente, come sinonimo di una rinnovata disponibilità ad amarci.
Quando finisce un amore, soprattutto se si è lasciati, si compie una vera e propria analisi di quelle che sono state le cause che hanno portato alla fine: il più delle volte, la persona lasciata tende ad attribuirsi le colpe, imputando a propri comportamenti errati la fine della relazione. Questo perchè, così facendo, ci si consente di poter sperare che, mutando il proprio comportamento, la relazione possa ricominciare, ammesso che l’altro ci conceda un’altra possibilità. Non ci si vuole rendere conto che, molto più semplicemente, l’altro non ama più. Per quanto doloroso possa essere prendere coscienza di quest’amara verità, ciò rappresenta l’unico modo per poterne uscire. Si soffrirà in maniera spaventosa…ma il tempo ci aiuterà a porre definitivamente la parola fine. L’alternativa, cioè sperare in un ritorno, ci regalerà l’unico risultato di prolungare la nostra sofferenza…catapultandoci in un tunnel lungo e buio che ci sembrerà senza uscita.
Ma per quanto possa essere lontano nel tempo, dopo aver pianto tutte le lacrime di questo mondo, dopo aver espresso tutta la disperazione di cui possiamo esser capaci, arriverà il momento in cui si toccherà, finalmente, il fondo del baratro. Si accetterà la realtà delle cose. E proprio in quel momento, quasi senza rendercene conto, si inizierà una lenta ma inesorabile risalita.
E si scoprirà che il più grande amore è quello che deve ancora venire…
Stampa questo intervento
Un altro dei miei anni è volato via così, senza troppo rumore, senza procurare alcun fastidio a me come agli altri. E’ sempre dolce il pensiero che mi riporta indietro a quando ero bambino, quando intorno a te hai le persone che ti vogliono davvero bene, quelle persone dalle quali poi ti separi, perchè sei adulto, perchè devi fare la tua strada… ed in questa strada, anzi questo sentiero dissestato, io ho incontrato tante persone, ma sono ombre, solo ombre di una mia condizione mentale che vuole urlare la realtà dei suoi ragionamenti: ei, non siamo soli… ei, c’è qualcuno qui che vuole portarti solo il suo affetto, ascoltalo, accoglilo, portalo nel tuo microuniverso di diffidenza.
La grande città, luci e vita sotto casa… la grande città, una sveglia per la mente: sbrigati, sii all’altezza, procedi fiero e nascondi ogni turbamento, perchè queste bestie comuni che popolano i quartieri hanno già i loro guai, e non conta stringersi e ballare dolcemente, non conta guardarsi negli occhi e scorgerne dietro le proprie anime, non conta lasciare che attraverso le labbra ogni più piccola parte del cuore entri a contatto con l’altra… non c’è niente che conti davvero in una grande città, è solo inseguire fantasmi che scompaiono dietro i vicoli o annegare il proprio sconforto in un bicchiere di Bacardi: il peggio che esista.
Oggi è volato via il mio 36esimo anno di esistenza su questo mondo, e ancora una volta ringrazio Dio per avermi dato una famiglia che pensa a me, degli amici lontani che sanno bene quanto sia importante non sentirsi soli il giorno in cui ricorre l’evento più straordinario di ogni vita, una persona lontana che tra i suoi guai afferra una manciata di minuti per trasmettermi il suo affetto… ringrazio che in questa grande città ho ancora delle risorse per non trasformarmi in una bestia.
Felice di esistere amici miei, con tutti i guai che mi porto dietro, con la fiera immaturità che contraddistingue ancora le mie scelte, con una fiamma che ancora arde nel cuore e grida: non hai niente, ma proprio niente da rimproverarti.
Felice di andare avanti, ancora, per altri 100 anni se mi sarà concesso, perchè ho imparato che se vivi nel passato, non puoi aspettarti nulla dal presente, nè tantomeno dal futuro.
Felice di queste 36 candeline la cui fiamma è spenta per sempre, perchè sono ancora qui, su questo bel pianeta, e se mi rompo le palle di questa grande città, allora torno in Norvegia, a godere del fuoco che arde nel cielo.
Grazie alla mia famiglia, grazie agli amici lontani, grazie agli affetti perduti… grazie!
Stampa questo intervento
Vedi il video su YouTube
25 Agosto
Trondheim – Roros – Trollstigen
I due giorni (anzi le due notti) a Trondheim sono state davvero provvidenziali per riprenderci dalla nostra stanchezza. Per certi versi la scelta “on the road” è controproducente per l’umore: la strada che non finisce mai, lo spostarsi di continuo da un posto all’altro, le piccole incomprensioni… credo che al ritorno non ci vedremo per almeno 1 mese nonostante la grande amicizia J
Ad ogni modo so bene cosa significa tornare a casa e ricordare con piacere ogni singola cosa, anche quelle più spiacevoli, si sa, ogni viaggio ti porta sempre a casa, quando ci sei dentro speri che non finisca mai e ti senti come se viaggiassi da una vita, poi torni e tutti i posti che hai visto diventano un ricordo lontano… ahimè, dura rapportarsi con la propria mente a volte.
Riguardo i giorni passati a Trondheim posso tranquillamente nominarla la città più viva di tutta la Norvegia. Dopo esserci accampati nel primo campeggio disponibile l’indomani l’abbiamo dedicato alla visita della città, dopo Helsinky la prima vera città. Belle le palafitte sul fiume (Rorbuer), il ponte che unisci i due lati della città, la vecchia fortezza dove abbiamo assistito ai preparativi (purtroppo falliti) di lancio di un mega aquilone.
Particolare ed affascinante la cattedrale gotica che abbiamo visitato non appena è terminata la cerimonia funebre di un caro estinto del luogo: il primo evento triste di tutto il viaggio, le lacrime sul viso bianco dei parenti, la disperazione dei più vicini più stretti ed ognuno che teneva in mano un libricino con l’immagine del defunto.
Un giro veloce al centro con una puntata al più grande palazzo in legno di tutta la Norvegia e poi pronti per il festival. Dopo aver pagato 700kr per l’ingresso abbiamo deciso che ci saremmo divertiti anche se il gruppo di punta della serata avesse fatto pena. Sfortunatamente i Lemonheads (che avevo scambiato per un altro gruppo) facevano musica disco, in compenso i gruppi in apertura sono stati apprezzabili.
Verso mezzanotte la città andava già svuotandosi quindi dritti in campeggio a riposare.
Stamattina ancora in marcia: destinazione Roros.
Questo paese sembra il set di un film, casette in legno e vie in perfetto stile western: delizioso.
Adesso ci dirigiamo a Trollstigen, una lunga strada ad 11 tornanti meglio conosciuta come Scala dei Troll.
Ci accamperemo qui per questa notte.
26 Agosto
Trollstigen… da qualche parte
Ancora una volta è difficile descrivere le emozioni di questo momento, ho l’impressione di non trovarmi davvero qui e ho bisogno di concentrarmi per recuperare il contatto con la realtà e di essere io che sono immerso in questa natura selvaggia ed impetuosa.
Abbiamo piantato la tenda a due passi da un fiume alimentato da una cascata che in questo momento mi sorride mentre scrivo… il suono dell’acqua è così assordante che col secco dobbiamo gridare per comunicare, il cielo è quasi nero e solo le candele ed un piccolo lume mi consentono di scrivere.
Mi disorienta la meraviglia di questo posto
Il fiume si trascina impetuoso
tra mille ostacoli di roccia
e la luna, non fa mai visita a questa valle
La scala dei Troll ci ha stregato
cancella la percezione dell’immediato
trasferisce l’io nel metafisico
giungono solo voci lontane
d’una quotidianità malata
Stringo il cuore fra le mani
e l’acqua si fa neve
il rumore cresce
mi riempie l’anima
annego, felice
La strada si arrampica sulle rocce
e lascia il posto al fiume
quand’esso lo reclama
si snoda su ponti
corre in alto
insegue il sogno
di raggiungere qualcosa di più
di toccare il cielo.
Cielo nero, fiume bianco
cerco un simbolo che non trovo
cerco il sogno che vive dentro di me
ed è una lacrima che si posa sul foglio
o forse semplice pioggia
Il cuore si ferma, provo a ricordare
quell’amore lontano
Il suono del fiume
non mi lascia ascoltare
penso ad altro
sto lasciandomi andare
L’acqua si insinua tra le rocce
un rombo costante
e da reale, la percezione si trasforma
sto pensando ancora a lei
In questo il senso della vita
prendi l’amore che hai
e lo porti da qualche parte
ad una donna
ad un fiume
ad una strada.
Stampa questo intervento


Ultimi Pareri